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Un ragazzo e una ragazza che passano

  • Jul. 15th, 2008 at 8:34 PM
rain
C'è un ragazzo che vedo in giro vicino dove abito tornando dal lavoro, avrà diciassette o diciotto anni, forse anche meno. Va in giro con magliette nere, di quelle un po'impressionanti, un po'horror su cui non soffermo lo sguardo volentieri. Ha i capelli disordinatemente lunghi. Le compagnie, che non avevo mai visto qui, non mi sembrano granchè.

Madre e figlioHa ancora la faccia da ragazzino, l'aria di chi fa il ribelle molto prima di esserlo, però certo per la madre deve essere una sorpresa negativa.

Tutte le domeniche venivano in chiesa, la madre e lui. D'amore e d'accordo, una attacata all'altro, più che il contrario. Lei felice di essere lì, lui preciso e al suo posto. Avevo notato che si vedeva la testa vagare in altri lidi.

Per quel poco che posso capire, il cambiamento mi sembra positivo. Anche se non condivido il modo di vestirsi. E'che ho riscontrato che, ad un certo punto della vita, si sente naturalmente il bisogno di mettere una distanza, anche fisica, dai genitori, e soprattutto dalla madre. Alcuni vanno via di casa, altri si rendono inaccettabili alla madre in varie modalità, comprese quelle fisiche. Il problema è che tante madri non riescono ad accettare questo bisogno di distanza.

C'è anche una ragazza, un po'più giovane, che, invece, sembra proprio un maschio. Si veste e si comporta, almeno in parte, come un maschio, persino nel modo con cui abbraccia le altre ragazze. Si vede da come guarda le persone che ha tante domande nella testa, sugli altri e sul suo futuro. Ultimamente mi sembra di aver notato degli accenni di maggiore femminilità. Un giorno, al bar, ho sentito la madre rifersi agli uomini come "maschietti" o "maschietto". Non basta una frase per pensare ad una relazione di causa-effetto, ma fa riflettere.

In uno dei primi seminari di Reiki, assistetti ad una discussione tra madre e figlio. I più dei presenti, si vedeva, simpatizzavano con il figlio. Io, senza dubbio, difendevo la madre criticata duramente dal figlio. Oggi vedo, e forse premetto, il desiderio di queste giovani vite di trovare una loro strada piena nella vita.

PS: la foto è di madre e figlio che lavorano insieme per migliorare la sicurezza stradale. Una storia affascinante

Non tenterai il Signore Dio Tuo

  • Jul. 14th, 2008 at 9:48 PM
rain
Mio padre non va in Chiesa, ci è sempre andato poco, ma, tutto sommato, è sempre stato credente. Mia madre si è posta il problema, risolvendolo con l'andare in Chiesa per un certo periodo, ma non ho capito tuttora se ci creda o no (in Dio, prima che nella Chiesa, voglio dire). Di conseguenza, ho ricavato la mia educazione religiosa un po'di qua ed un po'di là. Le nonne mi hanno insegnato le preghierine, i nonni che in Chiesa comunque ci si va.

Sarei uno sciocco se non dicessi che è stato mio padre a darmi il senso della commozione davanti alle meraviglie del creato e anche un grande senso di rispetto per la religione. Mi ha risparmiato quella sciocca irridenza che è solo una perdita di tempo.

Però, indubbiamente, il catechismo non l'ho imparato in casa. Sono stato, e sono ancora, un entusiasta, con la conseguenza che, scoperto il cristianesimo, davo per scontato che quello dovesse essere anche il cardine del "secolo". A stemperare questa fase, tra gli 8 e i 12 anni, ci hanno pensato sacerdoti e catechisti, convicendomi che se la fede doveva passare da loro, l'ateismo diventava sicuramente un'opzione attraente.

A quei catechisti non mancava solo la capacità di entusiasmare, ascoltare, accogliere, trasmettere un qualche fuoco ma anche quegli spunti intelligenti e di cuore che un adolescente, con il cervello a tremila ma tanto bisogno di accettazione, avrebbe colto al volo. Non che fossero cattive persone, non facevamo davvero l'uno per l'altro. Ricordo certe ore di riunione a far finta di cantare (nessuno cantava, ma
bisognava provare) che allora come oggi era una frustrazione di ogni voglia e desiderio.

Raggio di soleNe è uscita una religiosità, sicuramente cattolica, più di cuore che di testa, a volte molto sincera, a volte un po'insofferente, a volte un po'incredula. Con questo bagaglio ho incontrato alcune persone che sono molto più religiose e fiduciose nella provvidenza di me. Mi sono sentito spesso, forse a ragione, inferiore rispetto a queste persone ed anche con un senso di "dovrei essere così anche io".

Ho la vaga impressione che, se la vita mi andrà bene, alla fine resterà fondamentalmente la ricerca di Dio, quando tutto il resto è stato vissuto. Ma, allo stesso tempo, non riesco a pacificarmi che non si muove foglia che Dio non voglia. Mi sembra una scelta che ti porta, alla fine, ad una grande durezza di cuore o almeno indifferenza. Non riesco a pacificarmi neppure che scelgo e decido sulla base di manifestazioni "che Dio lo vuole".

Oggi pensavo che c'è qualcosa di più e di sbagliato in quel ragionamento. Penso che chiedere a Dio di prendersi la responsabilità delle proprie scelte, di mostare cosa è giusto e cosa è sbagliato, di determinare tutto quello che accade è anche
« Non tenterai il Signore Dio tuo » (Dt 6,16)